Gesù disse a Simon Pietro:
“Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”.
Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”.
Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.
(Gv 21,15)
Ricordare il XXV delle Beatificazione di Madre Caterina Cittadini (29 Aprile 2001) significa non solo celebrare la memoria di un grande e significativo evento, ma vivere intensamente un vero e proprio memoriale che attualizzi nell’oggi la testimonianza di una santità quotidiana possibile a tutti.
Mi sono chiesta come condividere con tutti coloro che vivono la nostra stessa passione educativa questo evento così vitale e generativo per la nostra famiglia religiosa delle Suore Orsoline di San Girolamo in Somasca e ho pensato che, rivedere la nostra missione nella dimensione di una “santità educativa”, potesse essere un utile strumento per tutti coloro che sono impegnati giorno dopo giorno, in modi diversi, a costruire il futuro.
Vorrei quindi sottolineare alcune virtù che, mi sembra, possano delineare l’identità di tutti coloro che sono chiamati, per vocazione, per scelta o per attitudine propria, ad educare. Per farlo mi sembra utile richiamare un passaggio tratto dai nostri Testi delle Origini che descrive quale era per Madre Caterina l’idea di virtù educativa vissuta nella quotidianità: “
Era d’una bontà diversa da tutte le altre, d’umore sempre uguale, umile, mansueta, devota; era un vero modello degno dell’alta missione, a cui la destinava Dio. Era bello vederla tutta amabilità e compostezza stare in mezzo a quelle vispe fanciulle; ora nella scuola, cercando di sminuzzare e chiarire le nozioni di ogni materia che ella insegnava. Approfittava d’ogni occasione per indirizzare a Dio quei teneri cuori e giovani menti che quale molle cera, ricevevano quelle impronte, che sarebbero state incancellabili. Era attenta ed accortissima, sapeva tener conto dell’età, del temperamento, delle varie disposizioni di ciascuna, e con dolcezza ed energia non solo correggeva le colpe, ma studiava i difetti e raddrizzava le torte inclinazioni di quelle anime giovinette”.
Ma cosa significa “virtù”? “La virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie in azioni concrete”1. Questa è la definizione di “virtù” data dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma una definizione, se pur ampia, chiara ed esplicita non basta a farci comprendere il valore insito nelle virtù. Infatti parlare di virtù oggi sembra quasi fuori luogo, una parola non più di moda, ma a pensarci bene sono le virtù che definiscono il nostro modo di porci nel mondo, perché non si tratta di azioni isolate, ma di abitudini radicate che richiedono allenamento, educazione e volontà. Ognuno di noi è portatore di quelle virtù, di quelle abitudini educative, che si sono radicate in noi attraverso la nostra storia famigliare, le esperienze vissute, gli incontri e le sofferenze che ciascuno di noi ha sperimentato. Siamo il prodotto di una storia che ci ha plasmato lasciandoci dentro dei segni indelebili che trasmettiamo agli altri attraverso i nostri atteggiamenti e il nostro sguardo sulla realtà. Probabilmente alcune delle virtù che andrò a definire le abbiamo già sperimentate nelle nostre relazioni, ma la sfida dei continui cambiamenti ci chiedono di crearle e ricrearle continuamente all’interno di ogni pratica educativa. E questo molte volte è difficile, e costa fatica, perché nessuno può sentirsi definitivamente arrivato. È necessario avere pazienza perché le virtù vanno continuamente alimentate attraverso la pratica quotidiana.
Quali sono dunque quelle virtù che devono caratterizzare un educatore? Penso che la prima virtù
che, come educatori, dobbiamo coltivare costantemente in noi è il coraggio di amare: amare il processo educativo stesso, amare la pratica educativa, amare le persone con cui lavoriamo, indipendentemente dal fatto che a loro noi piacciamo o meno.
Amare è un atto che coinvolge totalmente le nostre capacità relazionali, che ci chiama ad un dono totale di noi stessi. È un atto di coraggio perché chiede di scommettere sulla speranza. Un educatore non è mai certo dei risultati del proprio lavoro, come il contadino non è mai certo che la semina porterà buoni frutti, ma questa incertezza non ci esime dal seminare, dal dare totalmente noi stessi e lasciare che il tempo e la grazia operino meraviglie nel cuore delle persone. Il coraggio di amare viene così alimentato dalla fiducia incondizionata nella persona vista nella sua pienezza di creatura umana, immagine e somiglianza del Padre, partecipe dello stesso Spirito.
Accanto alla necessità di amare, c’è un’altra qualità che sostanzia dall’interno la pratica educativa ed è l’
umiltà. L’umiltà è quell’atteggiamento interiore che porta l’educatore a rispettare intensamente ogni persona, il suo livello di conoscenza, la sua capacità creativa insieme al suo pensiero divergente, i suoi limiti e i suoi talenti, le sue debolezze e i suoi punti forza.
Il nostro essere educatori non prevede il fatto di possedere tutte le risposte, non siamo portatori di verità assolute, ma “umili lavoratori nella vigna del Signore” riprendendo la celebre espressione usata da Papa Benedetto XVI nel suo primo saluto dopo l’elezione al soglio pontificio il 19 aprile 2005.
L’umiltà ci aiuta ad essere umanamente competenti, ci chiede la forza di saperci fare da parte, di lasciare spazio al futuro, ma soprattutto saper chiudere la relazione educativa al momento giusto per ampliare gli orizzonti della libertà dell’altro. Come ci esortava Papa Francesco: “…Il tempo è superiore allo spazio. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo… Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi… Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici…” (Evangelii gaudium n. 222-223).
Un’altra virtù che l’educatore deve costruire o meglio creare attraverso la propria pratica quotidiana,
è la coerenza. Questa virtù consiste nel diminuire la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Non sto certo parlando di una coerenza totale, assoluta, perché questa è impossibile, anzi, la vita sarebbe perfino noiosa se fossimo assolutamente coerenti, se non accettassimo mai di cambiare, di adattarci alle circostanze, di spostare l’orizzonte del nostro sguardo.
Quello che è necessario e assolutamente fondamentale è comprendere quanto e come una incoerenza oltre ogni limite può danneggiare una relazione educativa. A questo proposito mi piace proporre alla vostra riflessione la figura di Eleazaro, descritto nel secondo libro dei Maccabei (6,18-31) come un uomo di novant’anni, stimato per la sua saggezza, per la dignità della sua vecchiaia e la sua vita irreprensibile, noto per il suo ruolo di educatore alla fedeltà religiosa. Sotto il regno di Antioco IV Epifane, Eleazaro sceglie il martirio piuttosto che dare un cattivo esempio ai giovani violando la Legge mosaica, convinto che una finta obbedienza avrebbe scandalizzato le nuove generazioni, facendole vacillare nella fede. Mi ha sempre fatto pensare l’idea che un uomo anziano, che non ha niente da perdere, che ha raggiunto la pienezza della vita, si preoccupi di fare anche della propria morte un gesto educativo verso le giovani generazioni. La coerenza non nasce quindi da una rigidità, ma è una forma interiore di essere, di porsi dentro le diverse situazioni, cambiando continuamente per poter rimanere profondamente se stessi. Non si tratta di sollecitare esempi isolati di condotta virtuosa, ma di far depositare dentro di noi una sorta di abitudine (habitus) al bene che non sia però meccanica applicazione di principi ma che di volta in volta chiami in causa il discernimento.
Coraggio d’amare, umiltà, coerenza sono sicuramente atteggiamenti che tutti abbiamo tentato di sviluppare nella nostra missione educativa, ma abbiamo spesso dovuto creare ricreare questi sguardi virtuosi in relazione alle diverse situazioni che la nostra esperienza ci ha donato di vivere e questo non è facile e immediato. Costa fatica, perché nessuno può sentirsi arrivato. Per questo è necessaria la virtù della pazienza, non solo la pazienza verso chi ci sta di fronte, ma in primo luogo la pazienza nei nostri confronti. L’intuire che non possiamo mai sentire concluso un cammino formativo, che ogni giorno ci pone davanti delle sfide nuove, impreviste, che richiedono una nuova ricerca, che supera il “si è sempre fatto così” perché la realtà non è più “così”. E quindi dobbiamo sempre ricominciare, ripartire, magari anche sbagliare e in forza di questi sbagli aprire nuove strade. E poi la pazienza nei confronti di chi siamo chiamati ad educare, sapendo che è un cammino lento, graduale, ma costante che ci chiede di guardare sempre avanti ripartendo continuamente. La pazienza, notoriamente definita “la virtù dei forti”, ci chiede di dare il meglio di noi stessi e richiama l’altissima responsabilità professionale e morale di ogni educatore; nulla è più contrario alla virtù, anzi nulla è più vizioso in educazione dell’abitudine a “tirar via”, della superficialità, della sciatteria. L’educatore infatti deve avere come principale virtù la consapevolezza che ogni suo gesto è educativo, direttamente o indirettamente. L’attenzione ad ogni passo e ad ogni passaggio in un progetto educativo sono parti di quella pazienza che si fa abitudine quotidiana.
Voglio concludere con un’altra attitudine dell’educare che deve diventare virtuosa: la
collaborazione, la capacità di lavorare insieme, o meglio di camminare insieme; è quel lavoro di squadra
che ci dona la possibilità di reciproche stimolazioni e correzioni essenziali al lavoro educativo. Sappiamo bene che non è possibile svolgere in solitudine un percorso educativo: la complessità in cui siamo inseriti ci costringe a lavorare con gli altri.
Non possiamo essere monadi solitarie, viviamo costantemente un’interdipendenza globale dentro la quale sperimentiamo quotidianamente quel famoso “effetto farfalla” che rende il mondo piccolo quanto un villaggio. A maggior ragione la missione, o meglio l’arte educativa, non può essere un’avventura in solitaria. Siamo all’interno di una miriade di rapporti che si incrociano: la scuola, la famiglia, il territorio, le diverse altre offerte formative, per poi allargarci al mondo del virtuale. La capacità di lavorare insieme ci sostiene e ci fortifica, alimenta la significatività di ogni intervento educativo, legittima la nostra missione donandoci sicurezza dentro un mondo di incertezze. Ma il lavoro collegiale, il lavoro d’équipe, pone a volte problemi, ci mette di fronte ad alcune fatiche e non sempre è facile capire qual è il giusto equilibrio tra le proprie idee e i pareri degli altri, soprattutto quando occorre prendere decisioni importanti.
Come educatori abbiamo tra le mani il futuro delle giovani generazioni e se i nostri bambini e i nostri ragazzi impareranno da noi educatori che è possibile essere virtuosi, concretamente avranno occasione di esserlo nella loro vita al di fuori del rapporto educativo. Infatti l’educatore non fa solo il bene ma “fa fare” il bene, o meglio indirizza verso il bene altre persone. I risultati dell’azione educativa virtuosa non si esauriscono nell’azione in se stessa, ma si trasferiscono nei comportamenti e negli atteggiamenti degli educandi. L’educazione è una virtù transitiva che crea esseri virtuosi, o perlomeno cerca di stimolare altre persone al contagio benefico delle virtù.
Come sempre nel lavoro educativo, prima di tutto occorre un’autoeducazione, uno sguardo su di sé
per poi muoversi con maggior forza ed efficacia verso i propri educandi; occorre sviluppare la capacità e la disponibilità di sapersi fare da parte, lasciare spazio all’allievo, ma soprattutto saper chiudere la relazione educativa al momento giusto.
Il cammino educativo non è facile, potrei definirlo una vera e propria avventura piena di imprevisti che non ci è possibile calcolare, ma che sono comunque “attesi”. Ci aggiriamo incerti nella complessità di una cultura in continuo cambiamento, dentro un mondo estremamente piccolo e interdipendente, che chiede delle certezze ma che fatica ad accettarle. E noi in qualità di educatori siamo delle piccole luci che possono indicare strade di umanizzazione che, spesso, coincidono con i sentieri di santità. Auguro, a tutti e a ciascuno, il coraggio di continuare a mettersi al servizio delle giovani generazioni con la speranza, la gioia e la tenacia che contraddistingue chi crede fino in fondo nel sogno di un mondo migliore. Non siamo soli: Dio ha una particolare cura di voi! (Madre Caterina).

Bergamo, 12 aprile 2026
Festa della Divina Misericordia
