|
Uno dei rarissimi episodi che ci sono stati
tramandati della vita di Caterina Cittadini
riguarda un gesto semplice e materno: l'accoglienza
a tre ragazzi sorpresi da un temporale (cfr.
"Maternità educativa",
pp. 198-199). Un evento che potrebbe apparire
minimo, quasi insignificante, e che ebbe
invece il potere di cambiare la vita di
coloro che ne furono protagonisti. Ed è
questa l'esperienza che fa anche oggi chi
si avvicina alla storia di Caterina e Giuditta.
Da subito si intuisce di essere di fronte
a due personalità eccezionali - lo
prova, tra l'altro, l'esperienza di due
secoli - e questo fa nascere il desiderio
di conoscerle meglio, di capire quale sia
la fonte di tanti doni di grazia. E per
far ciò occorre mettersi in un certo
senso alla loro scuola; seguirle, passo
passo, nel loro cammino, nelle piccole e
grandi difficoltà di ogni giorno,
imparando da loro, come accadeva alle piccole
allieve di Somasca, la bellezza di una vita
tutta dedicata all'amore di Dio e del prossimo.
La storia delle sorelle Cittadini non è
fatta di grandi eventi. Per ripercorrerla
occorre dedizione, pazienza e attenzione
ai particolari, ai frammenti di vita quotidiana,
perché proprio qui sta la straordinarietà
della loro esistenza: nell'Amore che dà
l'impronta ad ogni azione. La storia di
Caterina e Giuditta comincia all'insegna
della sofferenza, della perdita del più
grande fra gli affetti terreni, quello dei
genitori. "Considerato il caso particolare
della infelice figlia", dice il primo
documento a proposito di Caterina, il verbale
degli amministratori del Conventino, l'orfanotrofio
di Bergamo, datato 11 giugno 1808. La bambina
viene accolta anche se non ha ancora compiuto
i sette anni, come prescritto dal regolamento.

E tre mesi dopo viene accettata anche
la sorellina Giuditta, di soli cinque anni:
davvero pietoso doveva essere il loro caso.
Dopo la morte della madre e la scomparsa
del padre, le due bambine sperimentano l'azione
della Provvidenza: entrano in un istituto
retto da persone sagge e devote, incontrano
nuove "madri" nelle persone delle
loro maestre, e un nuovo "padre"
nell'illuminato sacerdote don Giuseppe Brena,
direttore del Conventino. La loro esperienza
di sofferenza si trasforma così in
un dono: divenute adulte, sapranno comprendere
a fondo il cuore delle fanciulle a loro
affidate, tra cui molte orfane, e diventeranno
per loro "vere madri in Cristo".
Grazie ai regolamenti del Conventino, possiamo
ricostruire come si svolsero le operose
giornate di Caterina e Giuditta, fra studio
e lavoro, fino al raggiungimento della maggiore
età e al diploma di maestre. Una
"cantata" trascritta su un quaderno,
in occasione della visita dell'Imperatore
d'Austria al Conventino, ci apre anche uno
spiraglio sul mondo dei potenti, sulle vicende
politiche dell'epoca in cui le sorelle si
trovarono a operare: la Restaurazione.
Un periodo in cui, dopo i terribili
sconvolgimenti causati dalla Rivoluzione
Francese e dalle guerre napoleoniche, l'Impero
d'Austria aveva riaffermato il suo potere
sull'Italia settentrionale, riportando la
pace, anche se ad altissimo prezzo; in cui
le congregazioni religiose, sciolte da Napoleone,
risorgevano una dopo l'altra, in un clima
di generale entusiasmo e fervore. Appunto
in quest'atmosfera di rinascita le sorelle
cominciano la loro opera come maestre elementari
a Somasca, pittoresco paesello sul lago
di Lecco, nell'autunno del 1823.

Ogni cosa, attorno a loro, parla
di speranza, perfino gli edifici, come la
nuova chiesa che sta sorgendo a Calolzio,
iniziata nel 1818, e costruita in parte
sul terreno dei loro cugini, don Giovanni
e don Antonio Cittadini, che nei primi tempi
le ospitano nella loro casa. A Somasca,
i Padri Somaschi hanno appena ottenuto il
ripristino ufficiale della loro congregazione
(17 agosto 1823), e si assiste dunque al
rifiorire della devozione per San Girolamo,
padre degli orfani. Personalità straordinarie,
come padre Pietro Rottigni (che ha fatto
costruire l'oratorio della Valletta e l'arco
all'inizio della Via delle cappelle) e don
Serafino Morazzone (confessore dei fratelli
Cittadini), hanno dato nuovo impulso alla
vita spirituale della popolazione. Dal punto
di vista dell'istruzione, proprio in questi
anni cominciano ad essere applicati i nuovi
regolamenti emanati dall'Impero austriaco,
che impongono la creazione di una scuola
in ogni Comune dove vi siano almeno 50 bambini
in età scolare. E alla scuola femminile
di Somasca, che conta 56 allieve, viene
destinata proprio Caterina. Dal 1° novembre
1823 le sorelle cominciano, ogni mattina,
a percorrere il sentiero in salita che va
da Calolzio a Somasca. Giuditta aiuta Caterina,
in attesa di avere anche lei un incarico
regolare. L'aula scolastica è una
stanza al primo piano, in affitto; il camino
funziona male, ma solo a marzo arriverà
l'autorizzazione a costruirne uno nuovo.
Le alunne vanno dai 6 ai 14 anni, e fino
a questo momento hanno avuto solo pochi
rudimenti di istruzione (le maestre sono
state definite "inabili" e hanno
cessato l'attività). In brevissimo
tempo, i frutti del lavoro di Caterina e
Giuditta diventano visibili. Le autorità
scolastiche (abbiamo i rapporti dell'ispettore
Giovanni Battista Zonca) fanno rapporti
lusinghieri sull'operato di Caterina.

E ben presto le due sorelle pensano
al modo di ampliare la loro opera, creando
un pensionato per accogliere stabilmente
le allieve che desiderano approfondire la
loro istruzione e diventare maestre. Pensano
soprattutto alle bambine che abitano nelle
frazioni più lontane, e alle orfane,
di cui ben conoscono la sofferenza.
Nel 1826 don Antonio Cittadini acquista
per conto delle cugine, con i risparmi propri
e loro, una casa già appartenente
al defunto Giacomo Amigoni, situata al centro
del paese di Somasca: una casa più
che decorosa, di due piani, con portico
sostenuto da colonne in pietra e due cortili
cinti da muro. Sarà questa la prima
sede del collegio Cittadini (in seguito
ampliata con l'acquisto dei fabbricati adiacenti:
la casa del tintore Alborghetti e quella
del fabbro Valsecchi).
Grazie anche all'intuizione profetica di
don Giuseppe Brena, le sorelle hanno ormai
scoperto la loro vocazione: "fondare
una religione", un nuovo istituto religioso,
a Somasca, "ove riposano le ossa di
San Girolamo Miani". E già da
ora, in casa, seguono la Regola delle Orsoline.
A partire dal 1831, Giuditta ottiene l'autorizzazione
all'insegnamento privato; e nel 1835 le
sorelle preparano la domanda per l'apertura
ufficiale di un convitto. Nell'estate del
1836, in un momento cruciale per il collegio
Cittadini (si attende l'autorizzazione governativa,
e occorre una visita medica dei locali),
scoppia a Bergamo un'epidemia di colera.
Il contagio arriva fino a Calolzio: don
Giovanni Cittadini, che eroicamente si prodiga
per confessare gli ammalati, contrae il
morbo e muore in pochi giorni. Caterina
e Giuditta riescono a superare la durissima
prova: il collegio viene risparmiato dall'epidemia,
e a maggio dell'anno successivo Giuditta
ha la gioia di consacrare alla Madonna del
Carmine le 19 educande del collegio da lei
diretto.

Seguono anni felici: il padre somasco
Marco Giovanni Ponta, in pellegrinaggio
a Somasca, visita il collegio e rimane edificato
dalla "saviissima disciplina che vi
governa ogni cosa", dalla "rara
e singolare modestia delle alunne"
e dalla "squisita e ben regolata pietà
che signoreggia tutta l'istituzione".
Nuove compagne, Santa Rovaris e Maria Bianchi,
si affiancano alle sorelle nella loro opera.
Ma il 24 luglio del 1840, a soli 37 anni,
Giuditta muore. Le ultime parole di Giuditta,
sul letto di morte, sono per la sorella:
"l'anima ad assumersi la direzione
del collegio, l'assicura che essa pregherà
per lei e dal cielo la proteggerà,
l'assisterà, come se le fosse ancor
vicina". Il fortissimo legame fra le
sorelle non finisce con la morte. Caterina
sente "gli effetti" della protezione
celeste di Giuditta e riesce a portare avanti
la missione di entrambe. Per lei inizia
un periodo difficilissimo: i lutti si susseguono
(il cugino don Antonio muore nel gennaio
del 1841), lei stessa si ammala gravemente.
Ma sente che la sua missione ancora non
è compiuta: invoca la Vergine e San
Girolamo, e miracolosamente ottiene la guarigione.
Il 27 agosto del 1844, insieme con Santa
Rovaris, Maria Bianchi e Luigia Pogliani,
stila un "Contratto di società
e di sorte", il primo documento ufficiale
del nascente Istituto. Il documento si apre
con il ricordo di Giuditta: "mancata
questa ai vivi con dolore universale".
Dal 1845, Caterina rinuncia per motivi di
salute all'insegnamento nella scuola comunale,
ma ottiene che esso venga affidato dal Comune
a un'altra maestra della "Società
Cittadini". Attorno a lei infatti si
stanno radunando nuove compagne, prende
forma una comunità religiosa. Caterina
ottiene anche l'affidamento di alcune orfane:
prima Angelica Lavelli, poi le due sorelline
Aldeghi, Maria e Giuditta, che arrivano
al collegio in uno stato compassionevole
("prive di tutto, perfino del corredo
delle proprie persone, ricoperte d'immondizie").

Caterina certo rivive in loro il
dramma dell'infanzia propria e della sorella:
le accoglie con la tenerezza di una madre,
e con il passare degli anni le due orfanelle
diventano stimate maestre, in grado di prendersi
cura a loro volta dell'educazione di altre
ragazze.
L'ultimo periodo della vita di Caterina
è dedicato alla stesura delle Regole
per la comunità fondata da lei e
dalla sorella.
L'approvazione dell'Istituto tarda
ad arrivare, anche per la difficile situazione
politica (siamo nel periodo dei moti del
Quarantotto). Nel 1854 la nomina di Pietro
Luigi Speranza a vescovo di Bergamo riaccende
le speranze di Caterina e delle compagne.
Il primi contatti con il vescovo sono però
difficili: Caterina viene "umiliata
e congedata bruscamente". Questo era
probabilmente un modo per metterla alla
prova: anche nella vita di Suor Teresa Monico
è narrato un episodio simile, sempre
riferito a monsignor Speranza. Caterina
accetta serenamente l'umiliazione, suscitando
l'ammirazione del vescovo: "Vedete
come fanno i santi?". La seconda stesura
della Regola finalmente viene accettata
e concessa "in esperimento" alla
comunità mentre Caterina è
ancora in vita. Il 5 maggio 1857, dopo aver
"tesoreggiato tutti gli istanti della
sua malattia" perché servano
da esempio alle allieve e alle compagne,
Caterina muore. Il comportamento della gente
di Somasca è quello che si ha con
i santi: "Tutti accorrevano a vederla,
farle toccare oggetti per devozione.

Invece di pregare riposo per la
di lei anima, si sentivano spinti a raccomandarle
i loro bisogni e quelli delle famiglie loro".
Il 14 dicembre dello stesso anno, monsignor
Speranza professa le prime sette suore:
varie compagne, e le stesse fondatrici,
non hanno fatto in tempo a vedere il giorno
della gioia, ma nelle superstiti rimane
intatto il loro spirito. Questi sono solo
rapidi accenni, le linee principali del
quadro: ma chi si appassiona alla vicenda
delle Cittadini scopre via via tanti piccoli
episodi, dettagli in apparenza secondari
(gli orecchini regalati da Caterina a Giuditta
per le feste natalizie del 1836-37, le correzioni
ai temi di Virginia Cola, la cresima della
piccola Emilia Manerini...) che però
aiutano a ricostruire il mosaico, a illuminare
ora questo ora quel particolare, rivelando
sempre nuove sfumature.
Su tutto, colpisce il fortissimo legame
fra le due sorelle, in vita e in morte,
e l'assoluta unità del loro carisma.
Per questo, apprestandoci a festeggiare
l'ascesa di Caterina agli altari, non possiamo
pensare a lei se non per sempre unita alla
sorella Giuditta. E proprio grazie allo
studio svolto sui documenti originali per
la causa di beatificazione di Caterina è
stato possibile comprendere, ancor meglio
che in passato, l'importanza della figura
dell'altra fondatrice. E' stato questo,
potremmo dire, l'ultimo regalo di Caterina
all'amatissima sorella.
di Sara Regina
|