 |
| |
 |
C'è
donna e donna
|
|
|
|
 |
|
| |
|
|
.gif) |
Suor
Barbara Ferrari
Esplorare il pianeta donna è impresa
fascinosa ed ardua, perché ci si incontra
con un universo meraviglioso di valori e di
sensibilità che formano la matassa
della sua storia e, d'altro canto, con il
limite della conoscenza: è un'entità
che non si può visitare fino in fondo.
La donna è mistero, come è mistero
la persona umana. Amo avvicinarmi, in punta
di piedi, a questa figura, perché percepisco
la sua essenza trascendente e vengo a contatto
con la sua dimensione di "grembo"
che contiene la storia del tempo. Tante le
donne che hanno popolato la vita di questo
nostro mondo nei vari secoli di storia; tante
le donne che hanno rivoluzionato l'assetto
sociale, liberando la loro dignità
e facendosi promotrici di parità e
di rispetto dei diritti inalienabili della
persona umana. Tante le donne che hanno estremizzato
le loro posizioni e si sono perse nell'integralismo,
assumendo in sé ciò che hanno
condannato, di fondamentalista e forviante,
nell'altro sesso, nel diverso. Tante le donne
ancora sfruttate in varie parti del globo
terrestre: donne in catene, maltrattate per
il solo fatto di essere donne; donne che non
hanno la forza di riscattarsi dai meccanismi
di una società patriarcale; donne che
non hanno il coraggio di aprirsi ad una mentalità
più progressista e rispondente alle
richieste contemporanee (perché non
è loro dato); donne che hanno vergogna
di aspirare a maggiori riconoscimenti.

In questo pianeta "rosa", che sarà
oggetto, il prossimo 8 marzo, di riconoscimento
internazionale - sperando non si rasenti la
banalità -, voglio evidenziare la figura
di una donna, vissuta in un'epoca difficile
per il riscatto della dignità femminile
(il 1800), di una personalità di poco
conto nello scenario dei grandi del tempo
- la Bergamo ottocentesca non è paragonabile
all'attuale cittadina -, di una creatura che
ha saputo dare senso e significato al suo
essere, liberando, in sé ed in chi
ha avvicinato, l'immagine e la somiglianza
al Sommo Bene, da cui tutto trae origine:
Caterina Cittadini. La sua esperienza terrena
è sofferta fin dalla primissima infanzia:
perde la madre a soli sette anni; il padre
abbandona la famiglia e la lascia sola con
la sorella Giuditta, più piccola, rispetto
a lei, di due anni. E' accolta in un orfanotrofio
(il Conventino di Bergamo) e lì trascorre
il tempo della sua prima giovinezza, in uno
stile di semplicità e di apertura ai
disegni che la Provvidenza ha su di lei. Diventa
insegnante elementare: una vera conquista
nella società in cui si trova a vivere.
Essere educatrice ha voluto e vuole dire capacità
di "gettare" reti e semi, di preparare
i fondali e i terreni delle intelligenze e
dei cuori d'ogni persona perché ci
sia pescato e frutto abbondante, perché
tutti si sia utili alla famiglia e alla società.
Questo Caterina, uscita ormai maggiorenne
dalla Casa che l'ha accolta per anni e che
le ha donato istruzione ed educazione, lo
sa bene. Si ritrova donna con un bagaglio
umano, culturale e cristiano non indifferente,
con una capacità di generosa accoglienza
che le ha permesso di superare il limite d'amore
ricevuto nella fanciullezza e che l'ha aperta
al sincero dono di sé, concedendole
di abitare un cuore di 360°, o forse,
dell'ampiezza infinita di Dio, scelto da lei
come Principio, Senso e Fine di ogni benché
minima azione. Dove iniziare ad essere responsabile
del tempo; dove pagare il debito alla vita?
A Somasca, piccola borgata nella Valle S.
Martino.
Con un pugno di speranza in mano, pochi spiccioli,
tanta determinazione, fiducia a prova di sofferenza,
pazienza in ogni avvenimento, si decide per
il Dio dell'educazione, per il Dio dell'Eterna
Giovinezza e per le donne, le giovani donne
in particolare, delle quali rivela l'alta
dignità di creature, custodi della
vita e dell'origine di ogni esistenza. Non
mancano pagine sofferte, ma l'amore e la forza
di donna che la contraddistinguono vincono
e la accompagnano sino alla morte. La consegna
totale della sua vita non porta, però,
alla fine di tutto. Caterina è un piccolo
seme di novità e di futuro. Alcune
donne, infatti, affascinate dall'ideale di
spendersi per ogni altro, seguono il suo esempio
e sono lievito che fermenta la pasta nella
società del tempo. Sono le Suore Orsoline
di S. Girolamo in Somasca.
Ancora oggi la loro presenza nel mondo è
viva ed attuale.
"Donne vestite di nero" percorrono
strade e cammini formativi accanto alla gente.
Sono donne fragili e forti, che, attraverso
la pedagogia del cuore, si fanno madri e portatrici
di valori accanto al mondo femminile, non
per estremizzare, ma per educare alla pace,
al rispetto, alla salvaguardia dei diritti,
all'inquietudine per la giustizia.
Sono donne di Dio e di ogni uomo: lavorano
a gomito a gomito con il popolo per testimoniare
che è possibile vivere una quotidianità
dal sapore semplice e familiare della condivisione
delle fatiche e delle gioie. Sono donne "con
i piedi per terra": conoscono la realtà,
la assumono e cercano risposte e germogli
di speranza per andare avanti.
Sono donne allenate alla cultura del diverso:
credono e sperimentano la fatica e la gioia
dell'alterità. Donne profondamente
libere di decidere che si può tentare
di non appartenersi più per giocarsi
su orizzonti più ampi che hanno come
fine ultimo il Regno di Dio. Donne che fanno
delle loro povertà, inadeguatezze,
limiti una rampa di lancio per sprigionare
energie nuove, per annunciare che il debole
è forte nell'illogica logica della
fede cristiana. Donne alla pari, in tutti
i sensi, realizzate interiormente e nel campo
professionale. Donne che non hanno nulla da
invidiare a nessuna/o, perché felici
di essere quello che sono, perché consapevoli
che: "C'è donna e donna
"
"Donne vestite di nero", semplicemente
donne, intensamente sorelle e madri. A te,
donna di Dio e di ogni uomo, dedico:Fogli
sdruciti
nella mia mano e il tuo profumo.Hai cuore
di madre, di conchiglia marina.
|
|
|
|