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Ha consumato la sua vita per l'educazione,
perché la scuola e la cultura
fossero strumenti per promuovere in
senso evangelico l'essere umano. Ha
donato se stessa ad un progetto alto
e nobile, intuito tra le difficoltà
e i disagi della sua stessa esistenza,
vissuta pienamente nel contesto "scomodo"
della società bergamasca dell'Ottocento,
segnata da contraddizioni e tensioni.
Caterina Cittadini - che Papa Giovanni
Paolo II proclamerà Beata domenica
29 aprile - è un'altra luminosa
testimonianza della straordinaria
fioritura di santità vissuta
dalla Chiesa bergamasca nel secolo
XIX. Un itinerario terreno, quello
di Caterina Cittadini, percorso sulle
brevi distanze: da Bergamo - dove
visse, presso l'Orfanotrofio del Conventino,
la prima parte della sua vita - a
Somasca di Vercurago, dove fino alla
morte, avvenuta il 5 maggio del 1857,
lavorò senza soste a formare
cristianamente le nuove generazioni
e a fondare una nuova famiglia religiosa,
la Congregazione delle Suore Orsoline
di Somasca. Una vita vissuta da povera
tra i poveri, offrendo asilo ed istruzione
a chi non poteva permettersi di studiare,
a chi proveniva da famiglie in difficoltà,
a chi non aveva più una famiglia.
Caterina spalancò il suo cuore
e la sua casa, come una vera "Madre
in Cristo" per tutte quelle ragazze
che le venivano affidate.

E chi meglio di Caterina poteva
capire e condividere la condizione
di chi era "senza famiglia"?
Aveva solo sette anni quando rimase
senza i genitori, Giovanni Battista
e Margherita Lanzani, che l'avevano
vista nascere il 28 settembre 1801,
nella povera abitazione situata nel
quartiere di Sant'Alessandro in Colonna,
in Bergamo, dove si erano trasferiti
qualche anno prima dal paese di Villa
d'Almè. Così Caterina
e la sorella Giuditta, due anni più
giovane di lei, si ritrovarono sole
e sperdute, sullo sfondo di una città
che mostrava il viso violento della
miseria e dell'emarginazione. Qualcuno
ebbe pietà e si chinò
ad aiutare le due "infelici fanciulle",
che vennero accolte presso l'Orfanotrofio
del Conventino, diretto da don Giuseppe
Brena, che più tardi giocherà
un ruolo importante nell'orientare
in Caterina la scelta della vita consacrata.
Tra le mura del Conventino, il destino
di Caterina e Giuditta procede su
vie parallele. Le due sorelle si impegnano
nello studio, nel lavoro e nella formazione
spirituale. Di intelligenza viva e
di cuore aperto al prossimo, si distinguono
per sensibilità, capacità
e diligenza. Caterina, fatto eccezionale,
prosegue negli studi superiori ed
ottiene il diploma di maestra elementare
ed una attestato di "buona condotta",
che pochissime riuscivano a conseguire
nel clima delle rigide regole che
governavano l'orfanotrofio. Caterina
e Giuditta rimangono al Conventino
fino al 1823, quando i cugini, i fratelli
don Giovanni e don Antonio Cittadini,
residenti a Calolziocorte, le accolgono
in casa loro e fanno in modo che Caterina
venga assunta come insegnante presso
la scuola elementare femminile nel
comune di Vercurago a Somasca.
Caterina è affascinata dall'idea
di mettere a frutto la propria esperienza
di docente e così si lancia
con coraggio nell'insegnamento, sfidando
le difficoltà che allora gravavano
in ambito scolastico, afflitto da
gravi problemi e fenomeni, come quelli
della precaria formazione dei docenti,
della esiguità dei programmi
didattici, della mancanza di ambienti
e strutture, della latitanza di una
coscienza sociale che ancora non percepisce
la scuola come uno strumento di promozione
e di riscatto (in quegli anni, in
Bergamasca, la piaga dell'analfabetismo
supera la soglia del 50 per cento
della popolazione). A quell'epoca,
la scuola pubblica obbedisce a logiche
di discriminazione. Non è una
scuola per tutti e di tutti: è
solo per chi non è contrario
ai governanti. Dunque, dalle lezioni
sono esclusi i figli dei genitori
che non sono sudditi del governo austriaco
o che lo avversano. Un'amara assurdità,
che non può non toccare profondamente
il cuore di Caterina. E così,
insieme alla sorella Giuditta, la
maestrina di Somasca mette in campo
tutto il proprio entusiasmo cristiano
ed esce allo scoperto con proposte
ed attività ispirate dalla
profezia di chi, costantemente, si
confronta sulle pagine del Vangelo,
dando l'avvio ad una scuola privata.
Per Caterina, la scuola è palestra
di carità, fede e speranza.
E' l'ambito nel quale il giovane coglie
i segni del divino, li fa crescere
dentro di sé, nella sua vita
quotidiana, nel rapporto con gli altri,
nell'impegno coerente, nel servizio
al prossimo.

La scuola è, per Caterina,
lo spazio per esercitarsi nell'amore
vicendevole, nella condivisione dei
bisogni, nella pratica di quel bene
comune che migliora e vivifica l'intera
società. Un modello di scuola,
questo, libero da ingiustizie e discriminazioni.
Così pensa Caterina, che coraggiosamente
apre la "sua" scuola, una
scuola che allora era chiamata "privata",
ma che in realtà è aperta
a tutti, in particolar modo alle figlie
povere e a chi era stato rifiutato
dalla scuola pubblica. A Somasca,
prende così corpo una scuola
nuova, che vive il respiro della carità.
E' una sfida appassionante, non priva
di grandi difficoltà, anche
perché la scuola di Caterina
- pur essendo obbligata ad uniformarsi
alle disposizioni governative - deve
reggersi da sola, senza aiuti e finanziamenti,
sempre nel mirino dei controlli. Caterina
non si lascia intimorire e spaventare.
Ed accanto alla scuola, ecco sorgere
un convitto per le giovani (diretto
inizialmente da Giuditta), un orfanotrofio
per le ragazze abbandonate, un centro
di accoglienza dove Caterina - in
anticipo sui tempi - applica il moderno
concetto di un oratorio che istruisce
religiosamente, forma spiritualmente
e diverte serenamente. Donna che sa
intuire i "segni dei tempi",
avverte che la propria opera educativa
non può essere completa se
non è alimentata e vivificata
dalla scelta radicale della consacrazione
religiosa.
Insieme a Giuditta - che spirerà
prematuramente il 24 luglio 1840 -
eccola tracciare le prime indicazioni
per la fondazione di una comunità
femminile, rispondendo così
anche alle attese delle prime compagne
che avevano raggiunto il colle di
Somasca, attirate dalla fama di una
maestra che sapeva leggere nel cuore
dei giovani, motivando al bene.
Caterina non avrà la gioia
di vedere la definitiva approvazione
delle Regole - avvenuta il 14 dicembre
1857 da parte del Vescovo di Bergamo
mons. Pier Luigi Speranza -, ma la
nuova congregazione reca indelebile
l'impronta e lo stile di un'anima
eletta, votata all'amore di Dio, animata
da intuizioni di grande originalità
e modernità. Tra quelle pagine,
che peraltro costituiscono il documento-chiave
per capire il messaggio di Madre Cittadini,
la Fondatrice delle Suore Orsoline
di Somasca getta le fondamenta di
una famiglia religiosa votata all'educazione
cristiana, perché è
da quest'ultima che "dipende
il bene temporale e spirituale, non
solo delle giovani, ma ancora delle
famiglie". Caterina Cittadini
non ha lasciato una particolare mole
di scritti. L'insegnamento più
vero è stata la sua stessa
vita, illuminata "non dal timore,
ma dall'amore di Dio". Gli epistolari
migliori sono state le sue splendide
lezioni di umanità che hanno
formato generazioni di giovani, affascinati
dalla testimonianza di una donna che
li invitava a pregare, perché
"l'orazione è il cibo
dell'anima, l'esca del fervore, la
porta dei divini favori
"
Il suo testamento è nelle pagine
del Vangelo, soprattutto laddove c'è
quella che Caterina definisce "l'infallibile
promessa": "Quello che avete
fatto ad uno di questi piccoli, lo
tengo fatto a me stesso". Ed
è proprio da un "piccolo",
da un bimbo di nome Samuele Piovani,
che è venuto il segno del miracolo
che ha spianato a Caterina Cittadini
la strada verso la gloria degli altari.
La Chiesa celebra le grandezze di
Dio attraverso una piccola grande
donna, che continua a stupire e a
fare scuola dal cielo.
Roberto Alborghetti
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